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Al Banchetto di Isabella
Mantova e le sue origini nella laggenda
di Alessandra Moreschi
Ci sono tre ipotesi possibili sulla fondazione della città secondo la leggenda.
La prima attribuisce il nome e le origini di Mantova ad una divinità infernale degli Etruschi, Mantu, facendo riferimento agli antichi insediamenti di questo popolo sul territorio mantovano. Pensando alla nebbia che tutt’ora ricopre d’inverno Piazza Sordello, la parte più alta della città, e quindi sicuramente già emersa dalle acque anche al tempo degli Etruschi, è facile pensare che nell’immaginario antico, la nebbia si sostituisse alle anime tormentate dei defunti.
La seconda è quella fornita dal nostro sommo vate del I sec a.C., Virgilio, che vede appunto come fondatore Ocno, figlio di Manto.
E la terza, tradizionalmente più condivisa, che vede proprio in Manto la fondatrice della città. Manto era greca, figlia di un famoso indovino, Tiresia, da cui aveva ereditato la facoltà di predire il futuro.
Secondo quanto anche Dante fa raccontare, nella Divina Commedia, allo stesso poeta Virgilio, Manto, costretta ad andare in esilio dalla sua patria, scelse di fermarsi sulle zone allora paludose lungo il corso del Mincio e di fondare lì una città. Questa, dal suo nome, si chiamò Mantova.
Manto avrebbe scelto il luogo per la sua città proprio perché isolato, circondato e protetto dalle acque, che permettevano di prevedere gli attacchi e difendersi oltre a fornire una pratica via di comunicazione.
Ecco i versi che Dante fa pronunciare a Virgilio, sua guida:
“Tosto che l’acqua a correr mette co
(non appena l’acqua comincia a scorrere)
non più Benaco, ma Mincio si chiama
fino a Governol, dove cade in Po.
Non ha molto corso, ch’el trova una lama,
(dopo un corso non molto lungo trova una pianura)
ne la qual si distende e la ‘mpaluda;
e suol di state talor esser grama.
(e d’estate spesso è solita essere poco salubre).
Quindi passando, la vergine cruda
(passando di qui Manto, donna piuttosto selvaggia)
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza cultura e d’abitanti nuda.
Lì, per fuggire ogni consorzio umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasciò suo corpo vano
(e visse e morì in quel luogo).
Li uomini poi che ‘ntorno erano sparti
(in seguito gli uomini che vivevano sparsi lì intorno)
s’accolsero a quel luogo, ch’era forte
per lo pantan ch’avea da tutte le parti.
Fer la città sovra quell’ossa morte
(fecero la città nel luogo dove Manto che era sepolta)
e per colei che ‘l luogo prima elesse,
Mantua l’appellar sanz’altra sorte.”
(Divina Commedia, Inferno, (canto XX, versi 76-93)
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